11 April 2023

Le premesse che costituiscono un processo formale musicale non sono una sostanza unica, bensì diversi punti di partenza e nessi collegati tra loro o sovrapposti. L’ascolto che avanza a tentoni lungo le strutture di superficie dischiude una ricchezza di significati che sarebbe sminuita, dal ricorso a «un unico significato, nascosto come un nocciolo dalla polpa». Dove sta il significato?
Nei percorsi tortuosi che portano alla sua scoperta.
In che cosa consiste la forma musicale?
Nel processo nel corso del quale essa si va costituendo. Qual è la tua opinione sul brano Carlo the Genius (2022)? Un brano semplice, breve, essenziale e dal sapore barocco. Sbaglio o l’accompagnamento consiste in un tipico basso albertino? Direi che è evidente! Tuttavia, a partire dalla battuta 17, codesto basso albertino è sostituito da una melodia affidata alla mano sinistra del cembalista. Perché hai scelto il clavicembalo? Per pigrizia. Cioè? Trattandosi di uno strumento privo di dinamica ho potuto evitare – in fase di produzione – diverse problematiche concernenti l’accentazione. Grazie per le informazioni. Di nulla. Nell’afferrare il senso del tutto, è implicita la comprensione successiva della parti. Quel che si esamina non è che cosa sia la musica ma come essa agisca. La via – non la sua fine – è la meta. Coloro i quali definiscono «pattume programmato» ciò che nei due anni e nove mesi precedenti avevano definito «stupenda musica» e che poi hanno pure il coraggio di dare dell’incoerente agli altri. L’idea di «Dio» è confutata da: i) la realtà; ii) l’essenza caotica e malefica del mondo. Il debunker non lo fa per sé stesso. Lo fa nel vago e grottesco dichiarato intento di «migliorare la comunicazione», eliminando – solo nella sua immaginazione, ovviamente – le bugie e le incongruità che girano in rete. Ovviamente, non elimina proprio nulla: chi vuol credere che la Terra sia piatta continua a crederlo anche con seimila video e articoli di debunkaggio professionista. E chi ci crede, continua a ripeterlo e troverà sempre chi ha voglia di crederlo a sua volta. L’unica cosa che fa il debunker è dare modo ad altre persone di scrivere: «Era ora che qualcuno sbugiardasse questi matti!». Ed ecco che un canale di debunking, da singolo monumento alla sfiga, diventa un vero e proprio club di poveracci che passano il tempo a darsi pacche sulle spalle a vicenda. Questo livore inquisitorio, questa ansia da smarcamento, il fanatismo nel voler punire la strega ed esorcizzare il demonio è l’aspetto davvero insopportabile del debunker – che si moltiplica esponenzialmente se si osservano i suoi seguaci. L’ansia soffocante di sentirsi dentro e al sicuro nell’ortodossia, di non smarginare nemmeno per errore, che alla fine riesce solo a garantire e garantirsi di essere delle complete nullità. Il curioso fenomeno per cui i mentecatti danno del mentecatto agli altri – specie ai più intelligenti e creativi – non smetterà mai di affascinarmi. Il «complottismo» non esiste: si tratta soltanto di un’etichetta applicata a partire dal 1963 – dopo l’omicidio di Kennedy – alla stampa e a chi andava contro il risultato della commissione Warren. Utilizzare espressioni del genere significa usare termini filogovernativi e protezionisti (illudendosi di esprimere un pensiero libero e democratico) contro persone che essendo sane e intelligenti, dubitano. I debunker propagandano un comportamento mentale basato sul sentirsi furbi, copiando informazioni che nemmeno si comprendono e facendosene paladini, nel denunciare la presunta ignoranza di altre persone. Un paradigma di codardia esistenziale rivoltante. Nel modello mentale che questi pagliacci diffondono, la codardia esistenziale è una regola fondamentale. Ovviamente, non esiste l’opzione, «Creo una regola percettiva», poiché nemmeno immaginabile, per simili individui – ma neppure è considerata l’opzione, «Modifico una regola percettiva»: troppo complicato. Esiste soltanto l’opzione, «Controllo tra le regole percettive in voga e se tu non le stai ubbidendo tutte, ti addito e invito tutti a ridere». La palla rotante e il piano circolare immobile sono due facce della stessa bugia. In pratica, il debunker non ha nulla di proprio da affermare. È privo di anche un’ombra di originalità ma abbastanza sveglio da percepire incongruenze in affermazioni altrui. Funzionalmente, è identico a quegli sfigati che copiano sgrammaticate poesiole altrui e le postano su Facebook, nel patetico tentativo di attirare l’attenzione di qualche ragazza dal Qi di una scimmia. Quali sono i requisiti necessari per diventare un buon debunker? Ecco alcune risposte: i) stupidità; ii) vigliaccheria; iii) incapacità di pensare; iv) disperato bisogno di screditare gli altri, per poter valorizzare sé stessi; v) disperato bisogno del branco. Il discorso scritto è costruito meglio del parlare comune. Musicisti di contemporanea come Elliot Carter e Pierre Boulez e filosofi come Theodor Wiesengrund Adorno, Stanley Cavell ed Eric Hobsbawm hanno sostenuto il primato della composizione rispetto all’improvvisazione, per il vantaggio che questa offre di poter riflettere a lungo sul materiale e di eliminare ridondanze, incoerenze e stereotipi che gli improvvisatori introducono involontariamente. Il simbolo formato da una c rinchiusa in un cerchio è il segno tipografico utilizzato in opere intellettuali – con l’eccezione di registrazioni sonore – per segnalare il diritto d’autore. L’uso del segno è coperto nella Convenzione universale sul diritto d’autore adottata a Ginevra nel 1952 e riveduta a Parigi nel 1971. Il simbolo formato dalla lettera p rinchiusa in un cerchio è il segno tipografico utilizzato per informare del diritto d’autore in registrazioni sonore (fonogrammi) su dischi in vinile, cassette, Cd eccetera. Il suo uso è nato nel 1971 nel Copyright Act degli Stati Uniti, mentre in Italia si è diffuso a partire dal 1977, quasi contemporaneamente ratificato attraverso un accordo internazionale. Soundreef è un gestore indipendente di diritti d’autore, riconosciuto dall’Intellectual Property Office del Regno Unito. Rappresenta più di 39.000 autori ed editori, di cui 22.000 italiani. Soundreef Ltd opera in più di novanta Paesi nel mondo ed è di proprietà della società italiana Soundreef S.p.A., che sviluppa tecnologie e servizi per migliorare la raccolta e ripartizione dei diritti d’autore. La società ha creato un SaaS per autori ed editori che permette loro di monitorare le riproduzioni della propria musica e di ottimizzarne i guadagni. Il Synclavier offriva la possibilità di eseguire brani che sarebbero stati troppo impegnativi per i musicisti umani, come ad esempio While You Were Art Ii. Codesto brano riutilizza la melodia di un precedente assolo di chitarra e si evolve in una complessa miscela di cosiddetti hocketing, armonia e contrappunto. (Hocketing è un termine usato talvolta per indicare una melodia eseguita su strumenti diversi, ognuno dei quali suona soltanto una o due note.) Zappa ha iniziato a lavorare al sequel di Jazz From Hell nel 1987. Ha continuato a lavorarci per anni, in parte a causa di tutte le crescenti possibilità del Synclavier. Queste possibilità erano, ad esempio, raggruppamenti irregolari estesi, combinando partiture con ingressi di tastiera e campionamenti di strumenti acustici regolari, nonché una bizzarra raccolta di suoni industriali e «di fogna». L’affermazione che il collegamento di motivi musicali – cioè il risultato della variazione progressiva – sia una garanzia di «trascendenza» è una capziosità logica: il «procedere» musicale interno di un istante oltre sé stesso è interpretato arbitrariamente come un «procedere» metafisico della musica nel trascendente. Nessuno nega che la relazione con il tempo sia essenziale per tutta la musica ma la «conseguenza» che la variazione progressiva sia «l’unico procedimento legittimo per soddisfare la legge formale della musica come arte del tempo» è dogmatica, oltre che stupida. Il metodo storico-filosofico adottato da Adorno corre costantemente il rischio di degenerare in strumento di una spocchiosa estraneità all’arte.

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