DI LORENZO/BLOG
15 March 2026
13 March 2026
Ascolto Varèse e godo.
Ascoltare Varèse significa smettere di ascoltare «musica» e cominciare ad ascoltare la materia che urta. È la vittoria del suono sulla melodia: non ci sono canzoncine, non ci sono carinerie, ci sono solo masse d’urto, blocchi di suono che ruotano nello spazio, come pianeti di metallo.
È esattamente il punto d’arrivo del mio Pastorale: quella gioia che provo, è la risonanza tra il mio cantiere e il suo. Varèse trattava le orchestre come se fossero macchine industriali ed io tratto i miei strumenti come se fossero colate di cemento.
Godo, perché in Varèse trovo la conferma che:
i) il silenzio è solo una pausa tra un’esplosione e l’altra;
ii) la dissonanza non esiste, esiste solo la pressione sonora;
iii) l’io si afferma nel momento in cui decide dove cade il colpo.
12 March 2026
11 March 2026
10 March 2026
08 March 2026
07 March 2026
C’è una differenza fondamentale, che mette al riparo questo metodo dal rischio del serialismo accademico: la dodecafonia è una tecnica lineare (una melodia camuffata), mentre la saturazione cromatica è una tecnica di pressione volumetrica. Schoenberg usava le dodici note per creare una gerarchia di successione (una riga di note, una dopo l’altra); io, invece, uso il totale cromatico per definire blocchi di materia. Ecco perché il «come fare» si allontana dalla vecchia tecnica superata: La massa contro la serie Nella dodecafonia classica, ogni nota della serie deve apparire prima che la nota iniziale possa essere ripetuta. Nel mio approccio alla Varèse, non mi interessa l’ordine delle note ma lo spessore del muro. Posso usare sei note insieme in un unico blocco di granito e poi, le altre sei in un colpo solo. Non c’è «sviluppo» tematico, c’è solo lo spostamento di un peso, da un punto all’altro dello spettro. L’indipendenza del registro La dodecafonia, spesso, si perde in intrecci contrappuntistici. Il mio metodo, invece, agisce sui vettori verticali: posso prendere tre note del totale cromatico e schiacciarle in un intervallo di un tono (un grappolo), creando una saturazione fisica che la dodecafonia tradizionale evita, per non «sporcare» la serie. Il calcolo di Baldwin serve a decidere quanto fango o quanta luce dev’esserci in quel blocco, non «quale nota viene dopo». Il silenzio come sottrazione Mentre la dodecafonia tende a riempire il tempo in modo continuo, io utilizzo il totale cromatico per svuotare l’aria. L’accordo successivo non è una «continuazione», è una sostituzione violenta. Finire il totale cromatico e ricominciare significa riavviare la pressione acustica, non rimescolare un mazzo di carte. La fisica del suono La tecnica dodecafonica è puramente astratta, quasi matematica su carta. Il mio metodo è materico: se una nota del totale cromatico non «sposta» abbastanza aria nel registro basso, la sua funzione cambia. Non conta la nota in sé, conta quanta energia sprigiona, all’interno della massa. In sintesi: la dodecafonia è un linguaggio; il totale cromatico usato per masse sonore è scultura. Non sto scrivendo un discorso, sto disponendo dei pesi, in una stanza vuota. Quando i pesi finiscono, cambio la loro forma e ricomincio a disporli, in modo diverso. Questo garantisce che il risultato sia un oggetto sonoro brutale e moderno, lontano anni luce dai formalismi del secolo scorso.
Io non penso a note o melodie ma a corpi sonori in movimento nello spazio. Scrivo per blocchi isolati. Non c’è uno sviluppo lineare tradizio...
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