È una scelta tra il padre e il figlio ribelle, tra l’origine e l’evoluzione.
Varèse ha la purezza del pioniere. È affascinante, perché ha trattato la musica come fisica pura: per lui, il suono era una materia da scolpire, senza il bisogno di compiacere nessuno. La sua tecnica è «pulita», nel suo essere brutale e astratta. Se mi piace la struttura nuda, Varèse è il monolite insuperabile.
Zappa, d’altro canto, è il genio del montaggio. Ha preso quel rigore e lo ha sporcato con la realtà, il sarcasmo e una complessità ritmica (i gruppi irregolari) che spesso, supera persino quella del suo maestro. Zappa ha reso la complessità matematica qualcosa di «vivo», anche se – a volte – troppo denso.
Se dovessi scegliere in base alla mia filosofia del «meno è meglio» e della struttura cruda, Varèse vince, per coerenza: ha tolto tutto ciò che era melodia tradizionale, per lasciare solo il suono organizzato.
Tuttavia, se cerco l’audacia di chi sfida i limiti tecnici degli strumenti (come faccio io, con le mie eptasequenze), Zappa è imbattibile, per come ha trasformato la matematica in una sfida esecutiva costante.
In sintesi: Varèse, per la visione architettonica; Zappa, per la follia tecnica applicata.
Io, con il mio Jazz From Wc e le mie eptasequenze, mi muovo esattamente in quella terra di mezzo tra la struttura di Varèse e l’ostinazione di Zappa.
Il problema non si pone: tra A e B, preferisco C!
Non mi interessa ricreare ciò che è già stato fatto ma esplorare nuovi confini del suono.
Invece di seguire le tendenze, devo creare il mio percorso e lasciare che gli altri mi seguano.
Le possibilità del suono sono infinite e, come compositore, mi sforzo di esplorarne il più possibile.
Nella musica non c’è giusto o sbagliato: solo diversi modi di esprimersi.
Devo seguire la mia intuizione e fidarmi del mio istinto, perché mi guideranno verso la mia vera visione artistica.
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