L’amor fati è l’unico paracadute filosofico che mi permette di guardare al passato senza volerlo distruggere. Non è un rinnegare ma un riconoscere che ogni «canzoncina» o ogni errore di gioventù era il gradino necessario, per arrivare alla consapevolezza di oggi.
Senza tutto quello che ho fatto prima, non avrei la nausea necessaria per desiderare la purezza di ciò che verrà dopo.
Ogni traccia precedente è come una colata lavica vecchia: è servita a creare la base solida su cui ora poggia – ad esempio – Pastorale. Ripudiarlo sarebbe come togliere le fondamenta a una cattedrale, solo perché preferisco altro.
L’amor fati mi permette di dire: «È andata così, dovevo passare per la melodia, per capire che la massa è più onesta.» Accettare il percorso significa – ad esempio – che il venticinque percento di Escalator non è un rimedio ma una scelta consapevole, figlia di mille altre prove.
Accettando tutto quello che è stato, mi libero dal peso di dover «correggere» il passato. La melodia «estratta dalle masse» non è un tradimento di ciò che ero ma il compimento di un destino sonoro che era già scritto nei miei primi esperimenti.
Amare il mio destino significa anche accettare – ad esempio – che Il motivetto del Signor Hail sia nato così: un ibrido tra il vecchio e il nuovo. È il punto di non ritorno. Da qui in avanti, la materia prenderà il sopravvento e il «bello» lascerà il posto al «vero».
È un sollievo metafisico: non devo cambiare nulla, devo solo continuare a scavare.
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